di Stefano Lo Cicero Vaina
Szeged (Ungheria) - “Ho sperato di salire sul podio, ma poi sono tornato sulla terra…”. È amaro il commento di Alessandro Di Liberti, dopo la finale al Mondiale universitario di Szeged, in Ungheria, chiusa ai piedi del podio col singolo “pesi leggeri”. Dopo 1500 metri con la prua salda tra la seconda e la terza posizione, alle spalle dello slovacco Babac (vincitore della gara) e del britannico Rowe (secondo), l’azzurro del Telimar non è riuscito a placare il “serrate” del polacco Mikolajczewski, valso il terzo posto.
Alessandro, dopo il prepotente ingresso in finale, il podio non è arrivato. È comunque un buon risultato…
“Sono un po’ deluso, speravo di salire sul podio dopo aver vinto batteria e semifinale. Ma è andata così. So che questo quarto posto è un buon risultato, visto che è la prima volta a un mondiale col singolo (a parte l’esperienza nella gara delle riserve vinta a Brest, in Bielorussia, al Mondiale under 23, ndr)”.
Conoscevi i tuoi avversari?
“Sì, sapevo che lo slovacco aveva una certa esperienza internazionale. Non conoscevo il polacco, ma credo che abbia avuto una corsia un po’ favorita, soprattutto visto il forte vento contrario”.
Raccontaci la tua gara.
“Sono partito forte, come sempre: ho fatto i primi 500 metri a 36 colpi e sono stato in testa insieme allo slovacco. Poi ho perso qualche secondo rispetto alla prima frazione, e la gara è stata con il britannico fino ai 1000 metri. Ho tenuto 34 colpi per tutta la gara e a tre quarti di regata mi sono ritrovato terzo a sette secondi da Rowe. Speravo di mantenere il distacco dal polacco, che era quarto, ma i tre secondi di vantaggio che avevo ai 1500 non sono riuscito a tenerli nell’ultimo “cinquecento”. E così mi ha superato”.
Il tuo allenatore Marco Costantini ti ha accompagnato in questa magnifica esperienza. Che ti ha detto alla fine?
“Era contento. Ha seguito tutta la gara, l’ho sentito. E quando sono arrivato al pontile era soddisfatto. Sembrava che sapesse come sarebbe andata. E poi mi ha girato tutti i messaggi di congratulazioni che gli sono arrivati dopo la finale”.
E il resto della squadra?
“Erano tutti molto contenti. Sapevano che la mia era una gara molto complicata e hanno visto come sono entrato in finale (due primi posti e un 7’04’’ da brividi in batteria, ndr)”.
Finora, nel 2010, due mondiali, un argento al campionato under 23 e una forma che migliora gara dopo gara. Che vuol dire fare un campionato del mondo?
“Il mondiale, in particolare quello di Brest, è stato un’esperienza fantastica: respirare l'aria della nazionale italiana è qualcosa di indescrivibile per chi sogna di entrarci sin da piccoli. E poi, stare vicini ad atleti che, come me, ogni giorno dedicano gran parte della loro giornata al canottaggio, ti stimola ancora di più ad andare avanti e a migliorarti”.
Il Mondiale under 23, che era l’appuntamento più ambito, poteva andare diversamente…
“Sì. Mentre negli anni passati sono sempre arrivato vicino a far parte della Nazionale, stavolta sono riuscito a entrarci, ma la partecipazione come riserva ai mondiali mi è stata molto stretta. Pensavo che vincere l’argento col singolo al campionato italiano mi avrebbe aiutato a farmi spazio e, invece, è un risultato che mi si è quasi ritorto contro. Dopo l’infortunio alla vigilia delle gare di Alin Zaharia, componente del quattro di coppia pesi leggeri, pensavo che sarei salito io. E invece mi è stato detto che essendo un singolista sarei stato un freno per una barca lunga come il quattro di coppia. Strano, visto che tra doppio e quattro di coppia, qualche medaglia ai campionati italiani pesi leggeri l’ho presa…”.
È stata comunque una grande esperienza.
“Certo, ho ricevuto stimoli enormi, ho visto grandi campioni e ho posto le basi per migliorare ancora”.
Chiuso il sipario internazionale, tocca al campionato italiano assoluto.
“Sì, non vedo l’ora che arrivi la fine di settembre. A Mantova vivrò una nuova e bellissima esperienza…”.
Ultimo aggiornamento (Mercoledì 18 Agosto 2010 09:57)












