di Stefano Lo Cicero Vaina (prodiere dell’8 con siciliano)
Il Tamigi sembra un grande serpente d’acqua. Clarissa, la nostra timoniera londinese, doma le curve con sorprendente abilità, nonostante abbia solo 18 anni. Ci guida verso la partenza calcolando alla perfezione il tempo di riscaldamento prima del “via”, previsto per le 13.15. C’è freddo, le nuvole sono basse e grigie, il rischio che piova è alto, dobbiamo evitare in ogni modo di partire freddi e bagnati. Marco Costantini, il nostro allenatore, ce lo ha ripetuto fino all’ultimo. Per questo, sopra le nostre divise ufficiali del Comitato regionale siciliano abbiamo maglie impermeabili. Partiremo col numero 33, ci avviciniamo con gli altri 399 equipaggi a Chiswick Bridge, il ponte dello “start”. Lo superiamo, entrando nella zona “pre partenza”. Accanto a noi sfilano le barche con i numeri più bassi (sulla carta, i più forti), compreso l’“1”, l’equipaggio di Tideway Scullers’ School I, vincitore dell’edizione 2009. È l’ora, le barche che ci precedono vengono chiamate dal giudice in zona riscaldamento. «One, two, three, four… turn and go to start», gridano gli arbitri. Si mettono in fila e, a distanza di 10 secondi l’uno dall’altro, si avviano verso il ponte e la partenza. Inizia a piovere, sul nostro otto c’è grande emozione. Il silenzio viene interrotto da un «ragazzi ci siamo, è cominciata la gara». Il giudice chiama il 30 (thirty) e poi thirtyone, thirtytwo. Tocca a noi, thirtythree. Ci mettiamo al centro del Tamigi, ancora nella zona di riscaldamento, con la prua puntata dritto verso l’arco centrale di Chiswick Bridge. È la corsia di accelerazione. Remiamo concentrati per 150 metri. Riccardo Carapezza, il capovoga, aumenta i colpi: 28, poi 30, 32... Bisogna partire lanciati. È una sensazione fantastica, mentre remo non penso alla fatica che mi aspetta. E sono felice. Siamo sotto il ponte, la nostra Head of the river sta per iniziare. Aspettiamo solo il via di Clarissa. Che arriva forte e prolungato: «Gooooo». Il suo segnale precede quello dei giudici di linea, che col megafono, qualche istante prima del nostro passaggio, fanno il conto alla rovescia: “Three, two, one, GOOO”. Scatta il cronometro, siamo lanciati al massimo, come ci ha chiesto Marco: «Date tutto nella prima parte di gara, il resto del percorso lo farete raschiando il fondo». È una gara in cui chi tiene meno di 34-36 colpi “si pianta”, viene superato dai concorrenti. Giuseppe Grasso, il nostro numero due, ce lo ha ripetuto per due giorni. Per lui è la quarta partecipazione alla Head of the river. Remiamo al massimo, colpo dopo colpo. Siamo partiti così bene che inizio a vedere i gorghi dell’otto davanti a noi, il numero 32. Con la coda dell’occhio, scorgo la loro poppa, ma non riusciamo a superarli. Siamo quasi a metà gara, il 34, il 35 il 36 sono lontani davanti ai nostri occhi. Non ci stanno raggiungendo. È un buon segno. A un tratto iniziamo a sentire cori, urla, trombe. Capisco che siamo a tre quarti di gara, vicino ad Hammersmith Bridge, dove sono assiepati centinaia di spettatori. Rinforziamo il passo, il tifo di quel passaggio è dopante come una scarica di adrenalina. Le braccia, le gambe, il cuore sono allo spasmo. Il 37, l’Eton College, si avvicina, è l’unico che ha guadagnato visibilmente terreno. Tra noi e loro, solo 30 metri, poi 20. Siamo al Fulham stadium, mancano mille metri. Clarissa grida nel microfono, Riccardo aumenta i colpi a 38, sentiamo il tifo delle migliaia di spettatori lungo il rettilineo finale. Grido «via 500!!!». L’Eton è là, ma la nostra voglia di resistere è più forte. Tre, due, uno… È finita. Il nostro Empacher rallenta sotto Putney Bridge con petto e braccia accasciati sui remi. Tornati a riva c’è aria di festa, il sorriso prende il sopravvento sulla stanchezza. Marco è contento, noi pure. Siamo 112esimi. Dalla Top 50, dove speravamo di entrare ci separano 24 secondi. Pochi su una gara così lunga e per un equipaggio preparato in pochissimo tempo. “Faremo meglio l’anno prossimo”, diciamo tra noi.
Passa qualche ora, è il tramonto. La gara è finita e vicino alla riva una bandiera sventola con su scritto “Pain is just weakness living the body”, Il dolore è solo debolezza che lascia il corpo. È proprio così. E oggi, io, Giuseppe Grasso, Elio Xibilia, Riccardo Carapezza, Alessandro Di Liberti, Claudio Pollaci, Gabriele Poma e Claudio Provenzano siamo più forti.
Ultimo aggiornamento (Giovedì 01 Aprile 2010 06:41)









