Giorgia Lo Bue fa 25 anni. I segreti, i sogni, le paure della donna d’oro del canottaggio italiano

Sembra ieri quando il 22 novembre del 2009 Giorgia Lo Bue tagliava per prima il traguardo della nazionale di fondo a Varese. Era a capovoga dello sconosciuto due senza ragazze della Canottieri Palermo, aveva 15 anni, dietro di lei c’era la sorella Serena. E non immaginava nemmeno come sarebbe cambiata la sua vita nei successivi dieci. Fino a oggi, giorno del suo 25esimo compleanno, che festeggia a Sabaudia, insieme a compagni della squadra nazionale olimpica con cui è in raduno.

Giorgia, intanto buon compleanno! In dieci anni hai fatto la storia del canottaggio insieme a tua sorella Serena, diventando una leggenda mondiale nel due senza femminile. Nel tuo palmarés ci sono cinque ori mondiali, due europei, dodici titoli italiani e molti altri podi. Dieci anni fa avresti mai immaginato di trovarti qui, oggi, nel gruppo che lavora per le Olimpiadi?

“No, non mi sarei mai immaginata di arrivare qui. Sono stati anni pieni, intensi, perché ho cominciato a fare canottaggio da piccola e, nel frattempo, ci sono stati gli anni del liceo, la maturità, l’ingresso all’università, qualche fallimento. È stata una giostra di emozioni”.

Il canottaggio è sempre presente, anzi gli obiettivi diventano più importanti.

“Per scaramanzia preferisco non parlare troppo di certi obiettivi. Posso dire che quest’anno è quello preolimpico e vorrei arrivare al mondiale Assoluto per tentare le qualificazioni olimpiche. Il mio sogno sarebbe riuscire a fare questo percorso con Serena. È il sogno di una vita (Serena non al raduno per un problema fisico, ndr)”. Certo non è facile andare avanti e conciliare tutto…”.

Serena, Giorgia con papà, il fratello Francesco e la mamma.

A che cosa ti riferisci?

“Allo studio. Sono in una facoltà impegnativa, Medicina, e devo dire che per ogni anno che passa mi sento sempre più in ritardo con la tabella di marcia dell’università. E’ complicato studiare bene e allenarsi a questo livello. Così, per ora ho deciso di rallentare nello studio: voglio sfruttare questo periodo agonistico finché posso. Il canottaggio prima o poi finirà”.

Beh, intanto lo fai e sei tra le migliori. A proposito, sei tra le convocate della squadra Senior. Come mai non sei tra i Pesi leggeri?

“Ho chiuso con la categoria Pesi leggeri. L’avevo già deciso nel 2017 durante il raduno premondiale quando ho capito che non c’era speranza tra i Pl visto che, in ottica olimpica, c’era solo il doppio”.

Tra le Senior ci sono più chance ma di certo è una categoria più difficile per te che non sei un metro e 80.

“La vita da senior è dura: si vive più tranquilli per il cibo, ma non si deve incappare nell’errore di mettere su muscoli e ciccia. Poi bisogna fare i conti con valori fisiologici molto più elevati”.

Pensi di avere ancora grossi margini di miglioramento?

“Posso migliorare ancora tanto, sì. Da Senior mi alleno con più tranquillità, posso fare pesi. Vedremo quali risultati arriveranno”.

Parliamo di vittorie. Il tuo oro mondiale più bello?

“Beh, il primo – quello del 2011 – non si scorda mai. Ma anche l’ultimo, nel 2018. Sono entrambi i più significativi, per motivi diversi: il primo perché è stato inatteso, visto che eravamo piccole e inesperte. L’ultimo è la medaglia della conferma. E poi ha segnato il nostro ritorno internazionale: siamo state divise per tre anni, quindi tornare insieme e vincere è stato bellissimo”.

Giorgia abbraccia Serena.

Quando parli di Serena la tua voce ha un tono particolare…

“Come Serena non c’è nessuna, ne sono convinta: sono arrivata a questa conclusione già anni fa. Con le altre manca l’empatia in barca. Con Serena, invece, c’è un feeling unico, non c’è bisogno di parlare perché ci capiamo al volo. Certo, litighiamo pure, perché siamo entrambe testarde e quando ci impuntiamo su una cosa, per esempio far andare bene la barca, dobbiamo riuscirci. Solo che nel volere le stesse cose, le diciamo in modo diverso. E così, complice la stanchezza, basta una parola in più e litighiamo. Ma finisce lì, in barca”.

In questi dieci anni qual è stato il momento più difficile?

“Sicuramente il 2017 è stato l’anno più complicato: è stato il primo da Senior e ho vissuto qualche problema durante il raduno perché dovevo entrare nel quattro di coppia pesi leggeri. Le ragazze avevano vinto il Mondiale Under 23, era una barca molto rodata e tra loro c’era grande complicità. Insomma, è stato difficile anche sul piano umano. E poi mi sono infortunata. In quei mesi ho subito una pressione tale che ho detto a Serena: “Basta, non voglio più fare niente da Peso leggero, ora proviamoci da Senior”.

Insomma, sei ripartita da capo. Giorgia, ma ti capita mai di dire “basta, mi fermo”, magari in allenamento?

“Non mi capita spesso. Ho sempre pensato che nel momento in cui il cervello ti dice fermati è lì che devi insistere perché migliori”.

E’ più duro l’allenamento o la gara?

“Senza dubbio è più duro l’allenamento perché tu lavori per la gara e non vedi l’ora che arrivi”.

E in gara quando arriva la crisi?

“Durante la gara la gestione della fatica è importante: sai che la crisi arriva. Per me succede durante la terza frazione. Appena la sento arrivare, cerco di conviverci, di restare lucida, di trovare quel muscolo che può dare di più. E di conseguenza adatto la strategia”.

A furia di superare crisi, hai vinto di tutto, sei tra le donne più titolate del canottaggio italiano e non solo. Tanto è bastato a te e a Serena per guadagnarvi il soprannome di “Sorelle d’Italia”. Prima di voi ci sono stati i Fratelli d’Italia, gli Abbagnale. Non male come paragone…

“Per me è un onore e un onere. Un onore perché questo nomignolo mi è sempre piaciuto: di sorelle che si mettono in barca insieme ce ne sono tante. Poche sono arrivate dove siamo arrivate noi. L’onore è che devi dimostrare di essere all’altezza di quel nome. È una bella responsabilità”.

Siete arrivate sul tetto del mondo battendo valchirie, più che atlete. Il fatto di non essere particolarmente dotate fisicamente per voi è stato uno svantaggio? Ve lo hanno fatto pesare?

“Nel 2010 l’allora allenatore della squadra Junior, Josy Verdonkschot, vedendoci ci disse che eravamo piccole e che dovevamo fare il tempo. Noi lo facemmo. Allora lui cominciò ad alzare sempre di più l’asticella finché con Ciccio Esposito, che era il suo collaboratore, non ci dissero che l’unico modo per sopperire ai 10 centimetri d’altezza che ci mancavano era la tecnica. E su quello abbiamo lavorato. Io e Serena non ci siamo mai fatte intimorire: sapevamo di avere la marcia in più, la tecnica. Vedevamo che le altre remavano in modo diverso da noi, meno efficace, nonostante le doti fisiche”.

Giorgia e Serena con il loro allenatore Benedetto Vitale, l’uomo che le ha create.

Le misure antropometriche sono un elemento relativo, anche al livello olimpico: a Londra 2012, i nostri giganti Sartori e Battisti sono stati battuti in finale da due neozelandesi di un metro e ottanta.

“Ricordo perfettamente quel finale incredibile. È una gara che mi ha caricato tantissimo: pur tifando per l’Italia, il modo in cui i neozelandesi hanno vinto mi ha lasciata senza parole. Li guardavo e dicevo che se ci sono arrivati loro, magari c’è speranza anche per noi”.

Che cosa vuoi fare da grande?

“Voglio fare il chirurgo, magari in ortopedia. E’ il sogno che coltivo da quando avevo sei anni e mi piaceva l’idea di aggiustare le persone. A scuola, convincevo i miei compagni a fare le cavie: per fare le punture, usavo matite molto appuntite…”.

Quale regalo vorresti per oggi?

“La parte più scherzosa di me vorrebbe le materie dell’università. In realtà, essendo qui a Sabaudia, mi sarebbe piaciuto che la mia famiglia e il mio fidanzato fossero qui”.

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*