Raduno Junior a Palermo. Molea, tecnico azzurro: “Il segreto della palata perfetta? Ve lo spiego io”

A sinistra, Molea con gli atleti del raduno.

Dieci giovani promesse siciliane in raduno a Palermo sotto gli occhi di Valter Molea, il capo allenatore della nazionale junior. Per il vice campione olimpico di Sydney 2000 e storica colonna della nazionale, quella di ieri nella sede del Telimar è stata una giornata di test e confronto, pratico e teorico, per valutare lo stato di forma e i valori delle migliori giovani leve della nostra regione. La sessione di prove si è svolta solo a terra, a causa delle cattive condizioni meteo che hanno impedito al gruppo di uscire in barca. E così i convocati sono stati sottoposti, come da programma, a due test massimali sui 20 secondi per valutare i “cavalli”, ovvero la potenza massima di ciascuno, e poi a seguire si sono “sfidati” su un percorso da 6 mila metri. Nel pomeriggio, la riunione con cui Molea, gli atleti e i loro tecnici hanno discusso sulla tecnica di voga, l’approccio all’allenamento e alla gara. 

Valter, come hai trovato i nostri ragazzi?

“Il mio auspicio è che si possa fare di più, soprattutto a livello societario. Ai tecnici chiedo sempre di lavorare sui numeri e di insistere nell’ampliare il gruppo di atleti a disposizione. Nel peggiore dei casi – anche se non avranno tirato fuori un campione – avranno fatto un’opera sociale importante, dando pure un servizio alle famiglie”.

Durante la riunione avete parlato della tecnica di voga. Che cosa hai detto a tecnici e atleti?

“Ai ragazzi ho dato le nozioni di base sulla tecnica in Italia consigliando l’approccio migliore. Ma non ho detto nulla di diverso da quello che dicono ogni giorno gli allenatori in società. Probabilmente, per gli atleti, sentire gli stessi concetti da una persona diversa rafforza ciò che già sentono ogni giorno. E in Sicilia ci sono allenatori di ottimo livello”.

Perché è importante parlare dei fondamenti della tecnica anche con atleti formati come loro?

“Perché molti difetti che trovo nella squadra nazionale sono gli stessi che i ragazzi si portano dietro da anni. Più tempo applichi a una tecnica sbagliata, più difficile sarà limare l’automatismo. Il nostro compito è non far diventare, appunto, automatismi gli errori. Pensate che pure nella squadra olimpica gli atleti hanno tanti difetti e il 99 per cento se li portano dietro da piccoli”.

Un allenatore come deve fare per spiegarsi al meglio?

“Non basta dire a un atleta “non fare questo, non fare quello”. Io gli devo dire perché non deve farlo. Più sono bravo a comunicare le ragioni di un movimento, migliore sarà il risultato”.

Quindi dipende solo dalla capacità comunicativa dell’allenatore?

“No! E’ fondamentale che il ragazzo sia predisposto ad ascoltarmi. Se di fronte a me ho una persona apatica, non interessata, diventa tutto più complicato”.

Valter, sintetizzando al massimo, spiegaci i punti cardine della tecnica di voga.

“Nella palata i punti delicati sono l’entrata e il finale perché sono i momenti in cui prendi e lasci l’acqua. Le pale in attacco devono trovarsi vicino all’acqua e bisogna arrivare in quella posizione con la massima lunghezza – preparando bene il busto – e frenando meno possibile. Poi c’è il finale: capire come farlo è importantissimo: l’uscita va fatta con una chiusura in accelerazione coprendo le pale il più possibile. Detto questo, c’è la passata. Il movimento che faccio tra entrata e uscita della pala concorre a fare la palata: il tiro deve essere orizzontale perché se, invece, è una parabola produco forze negative”. 

Soprattutto la scuola anglosassone ha “adottato” la pausa in finale mentre si rema. A che serve?

“È un esercizio e viene fatto durante il fondo perché è utile per sentire meglio la chiusura del colpo. Ma in gara quegli stessi equipaggi non fanno la pausa e il colpo è continuo”.

Nel canottaggio qual è la strada giusta per ottenere un risultato?

“In questo sport non è ammessa l’improvvisazione: i risultati sono il frutto del lavoro costante e della disciplina, proprio come succede nella vita. Non è come nel calcio dove puoi fare un colpo gobbo, un magia, e vincere la partita”.

Parliamo di psicologia dell’allenamento. Un atleta come lo deve affrontare?

“Penso che ogni atleta debba avere ben chiara la funzione dell’allenamento e capire a che cosa serve ogni sessione di allenamento, ma anche come va affrontato. E poi, più in generale, bisogna comprendere quali sono le proprie ambizioni, in modo da capire la strada da fare. Lo sport non ti regala niente: questo è il motivo per cui diventa una scuola di vita”.

A proposito di scuola: non è facile conciliare compiti e agonismo. Tu che cosa suggerisci?

“Un atleta che si allena bene è uno studente che studia bene e va bene a scuola. Il motivo è semplice: sa che cosa vuol dire sacrificarsi e sviluppa la capacità di pianificare il tragitto da percorrere insieme a qualcuno che lo accompagna. Nello sport è l’allenatore, nella vita possono essere gli insegnanti e i genitori. C’è chi  – se l’indomani ha l’interrogazione – salta l’allenamento: invece abituarsi a conciliare le due cose comporta maggiore organizzazione, quindi ci forma al sacrificio, all’organizzazione, appunto. Lo sport non ci distrae dalla vita quotidiana. Ci aiuta”. 

I convocati al raduno:

Francesco Armetta, Tancredi Palumbo, Walter Sciara, Francesco Lo Bue, Pietro Alioto, Massimo Giacobbe, Antonio Renato, Giuseppe Urbano, Luca Francavilla e Mario Zerilli.

Foto di Giovanni Ficarra.

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