Serena Lo Bue, “regina” della Reggia Challenge, svela il suo segreto: “Ecco che faccio appena smetto…”

Prodieri si nasce. Timonieri si diventa. A volte per necessità, altre per gioco. E’ il caso di Serena Lo Bue, la numero due più titolata d’Italia – forse del mondo – negli anni in cui era poco più che una ragazzina: due titoli mondiali ed europei Junior vinti in due senza, due Coupe de la jeunesse e dieci ori tricolori. Per non parlare della sfilza di argenti e bronzi mondiali e italiani conquistati dalla ventiduenne allenata da Benedetto Vitale in undici anni di carriera tra due senza, doppio, quattro di coppia, otto e singolo. Ecco perché vedere l’atleta della Canottieri Palermo scendere dalla prua per salire a poppa, seduta come timoniera, fa un certo effetto. Le era già capitato mesi fa, durante una gara regionale. E’ successo di nuovo oggi, prima sull’armo Master della Sc Palermo e poi su quello “all star” del Comitato siciliano, alla Reggia Challenge Cup, spettacolare gara in “otto con” organizzata nella Piscina dei delfini, all’interno della Reggia di Caserta: 350 metri sprint col sistema dell’uno contro uno, in cui Serena e i campioni di remo siciliano (Gaetani Liseo, Ficarra, Galoforo, Brinza, Sibillo, Cassarà, Amato e Armetta) sono arrivati secondi dietro la Lombardia, dopo aver superato le qualificazioni.

Serena, d’ora in avanti dobbiamo abituarci a vederti al timone?

“Beh, devo dire che mi piace un sacco timonare. Ma vogare mi piace di più. Magari, però, quando mollerò i remi ci farò un pensierino”.

 Quali sensazioni ti dà stare seduta al timone?
“Mi piace vedere la barca da un’altra prospettiva. E poi mi sento molto come un’allenatrice, cosa che non mi dispiacerebbe fare da grande”.
 
Vuoi dire che sarà questo il tuo lavoro?
“Sto studiando Scienze motorie a Messina, quindi sì, non mi dispiacerebbe farlo come lavoro principale”.
 
Che effetto fa stare al timone di un otto Master?
E’ diverso rispetto a timonare ragazzi della mia eta. Loro hanno fatto canottaggio in un altro periodo rispetto a me, utilizzavano scafi diversi, si allenavano in modo differente e con un’altra tecnica. Si possono apprendere un sacco di cose nuove. E comunque si vede come si è evoluto il canottaggio nel corso degli anni”.
 
Sei sempre stata una di poche parole. Al timone però non si può stare in silenzio…
“Anche al timone sono una di poche parole, però divento molto esigente perché credo che un timoniere si debba far sentire. Anche perché mettere insieme otto teste con pensieri diversi non è semplice”.
 
Prevedi di diventare presto allenatrice o prima punti a Tokyo?
“Non metto paletti, mi piace allenarmi e, fino a quando posso, remo. Meglio essere scaramantici…”.

 

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