Goffredo Uccello, la grande paura e il ritorno in barca. Papà Riccardo: «Così il canottaggio ha fatto rinascere mio figlio»

Da sinistra, Riccardo e Goffredo Uccello.

 

Un abbraccio intenso. Poi un dolore sordo, improvviso, al braccio sinistro. Il calvario di Goffredo Uccello, giovanissimo atleta della Canottieri Thalatta, è cominciato un pomeriggio, a marzo dell’anno scorso. «Eravamo a casa, a un certo punto si è avvicinato con uno dei suoi soliti gesti d’affetto», racconta Riccardo, papà di Goffredo e allenatore della società messinese. «Di colpo ha sentito un gran male. Siamo andati al pronto soccorso e abbiamo scoperto che si era spezzato l’omero sinistro a causa di una cisti aneurismatica, una rara lesione ossea che rende il braccio più sottile e debole. Per fortuna è successo a casa e non in allenamento o in gara». Da quel momento sono stati giorni duri per Riccardo e sua moglie Maria, disorientati e preoccupati, alla ricerca della cura giusta per Goffredo. Che ad appena 12 anni ha dovuto appendere i remi al chiodo senza sapere se sarebbe più risalito in barca. Ma come spesso succede, quando la vita ci piazza davanti un ostacolo, ce lo troviamo talmente vicino da sembrarci insormontabile. Poi basta allontanarsi un attimo per dargli la giusta misura. Cosi è stato per Goffredo e i suoi genitori. «Dopo aver portato il gesso per un po’, siamo andati a Firenze da uno specialista. Lì è stato operato e sottoposto a infiltrazioni nell’osso che lo hanno guarito». Impaziente di tornare a fare sport, Goffredo ha cominciato a nuotare per riattivare i muscoli, anche se col timore di danneggiare l’osso. «Era delicato, bastava poco per un’altra frattura. Però lui era molto determinato, voleva remare ancora» Obiettivo che a nove mesi dallo stop è riuscito a raggiungere. A dicembre 2016 è tornato in Canottieri, è risalito sul remoergometro, poi in barca. Finché ad aprile non si è trovato in gara, a Naro, dov’è arrivato secondo in 7,20 e terzo in doppio. Un successo impensabile appena un anno prima, culminato con l’oro in doppio alla terza regionale, e poi al Festival dei giovani con un primo e due terzi posti, di cui uno in quattro di coppia con la rappresentativa regionale.

Una pioggia di medaglie che ha fatto dimenticare in fretta lo spavento dell’anno scorso e dato una grande carica a Goffredo. «Questa esperienza lo ha fatto crescere molto perché si è trovato in una situazione nuova e difficile», continua Riccardo. «Nel percorso di guarigione il canottaggio è stato molto importante perché ha rappresentato uno stimolo in più. Appena ha cominciato a stare meglio ha detto: “Ora mi metto sotto a lavorare”. E così è stato». Ma il confronto con la malattia si è rivelata un’occasione di crescita anche per Riccardo, non solo come padre. «Da allenatore è stato difficile dosare il mio approccio con lui: dovevo cercare di non eccedere, di farlo lavorare senza stressarlo troppo. Ogni volta che potevo lo affidavo ai miei collaboratori. Purtroppo essere allenatori del proprio figlio è difficile, si creano tensioni, spesso amplificate dalla confidenza». Ma oggi Goffredo e Riccardo sono più maturi e consapevoli di un anno fa. E col sorriso sulle labbra possono abbracciarsi più forte di prima.

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