La nuova vita di Giovanni Ficarra, super atleta e aspirante allenatore: “Porteremo il Peloro al vertice del canottaggio siciliano”

Giovanni Ficarra in due senza

Gli avversari lo temono. Soprattutto sul finale di gara. Perché sanno che se si trovano punta a punta con lui, batterlo è un’impresa da titani. Tenacia e grinta, per Giovanni Ficarra, sono qualità innate. Ma da sole non fanno un campione. L’atleta messinese lo è diventato con umiltà, solo dopo anni di duro lavoro, che finora gli sono valsi un oro e un argento mondiale, quattro titoli Italiani e una caterva di altre medaglie. Troppo poco – si fa per dire – per uno come lui che punta alle Olimpiadi. E che da alcuni mesi a questa parte si è messo in testa un altro obiettivo: aiutare la sua società, la Canottieri Peloro, a crescere, a diventare il primo club remiero in Sicilia. Come? Con la passione e la competenza tecnica che lo contraddistinguono.

A destra, in basso, Giovanni Ficarra e Dario Femminò con la squadra Master del Peloro.

Giovanni, vuoi fare l’allenatore?

“Sto imparando. In realtà, continuo ad allenarmi fortissimo come sempre: il mio obiettivo restano la maglia azzurra e le Olimpiadi”.

Ma nel frattempo col cronometro al collo segui i ragazzi del Peloro.

“Sì, da alcuni mesi trascorro due settimane a Piediluco, dove mi alleno con Sebastiano Galoforo e gli altri ragazzi del Peloro, Alessandro Brizi e Federico Poggioli, sotto gli occhi della mia allenatrice Alda Cama. Poi scendo a Messina per altre due settimane e mi divido tra allenamento e lavoro in società: seguo i bambini e la squadra Master. Così, do una mano a Dario Femminò”.

Dopo sei anni fuori stai anche un po’ a casa.

“Beh sì, ci voleva: così sto più vicino alla mia famiglia e lavoro un po’. Certo, la mia nuova vita è più stressante, però è anche dinamica e divertente”.

E’ il tuo primo lavoro?

“No, in passato ho fatto di tutto: il cameriere, il giardiniere, il boscaiolo, il muratore e il meccanico. Tra questi, il  mestiere più pesante è sicuramente servire ai tavoli”.

Il Peloro.

Parlaci del tuo nuovo ruolo di aspirante allenatore.

“Questo lavoro mi sta dando tanto perché se da un lato trasmetto la mia esperienza, dall’altro imparo tante cose nuove dai Master e dai bambini. Dei più piccoli, per esempio, mi colpisce la loro semplicità, la purezza. Gli adulti sono persone già formate e il confronto con loro mi aiuta a crescere. Di sicuro, non mi sento un allenatore: ci vuole tempo, studio, esperienza”.

Per loro, essere allenati da un campione del mondo ancora nel pieno dell’attività è un onore.

“Sicuramento sono un modello per loro, però quando siamo in palestra stiamo tutti allo stesso livello”.

La Canottieri Peloro è cresciuta alle ultime gare regionali. Tu, Alda e Dario dove la volete portare?

“Oggi abbiamo oltre 50 iscritti tra bambini e Master: vogliamo portare una squadra numerosa al Festival dei giovani e puntare in alto ai Campionati italiani Master, Assoluti e Under 23. Vorremmo anche creare un movimento solido e radicato a livello femminile perché, al momento, sono più le donne Master che gli uomini. Vengono dal crossfit e sono molto forti. Con loro – che ringrazie per la dedizione che mettono – facciamo un tipo di allenamento particolare che si chiama crossrowingtraining, un misto tra corpo libero, pesi, barca e remoergometro. I ragazzi sono molto entusiasti tanto che si allenano tutti i giorni. Tra l’altro abbiamo due pagine Facebook che ci aiutano a fare gruppo: Messinainvoga e Rowing cross training“.

Da sinistra, Sebastiano Galoforo, Alda Cama e Ficarra.

Come fai a conciliare l’impegno da allenatore con lo studio in Scienze motorie e soprattutto il tuo allenamento?

“E’ difficile ma lo faccio. Mi alleno sempre forte, non ho mai mollato un attimo. E devo dire che sto continuando a migliorare fisiologicamente”.

Dopo l’eliminazione del “quattro senza” dal programma olimpico ci sarà da lottare ancora di più per andare ai Giochi.

“Sì e so che dovrò affrontare avversari che hanno grande esperienza. Ma lo farò! Del resto sono abituato a inventarmi le gare”.

In che senso?

“Quando fai un mondiale, arrivato a mille metri hai le allucinazioni, vedi le scimmie davanti agli occhi. Eppure vai avanti. A 150 metri dalla fine sei sfinito, ma a quel punto che fai? O ti fermi o t’inventi un’altra gara. Ed è quello che cerco di fare”.

Con Sebastiano Galoforo, Alessandro Brizi e Federico Poggioli che programmi avete?

“Noi siamo una roccia nelle mani di Alda Cama, che con lo scalpello cercherà di fare la statua migliore. Vedremo a giugno. Intanto, la ringrazio per tutto quello che fa per noi”.

Ti vedremo gareggiare a Naro ad aprile?

“Sì, ci sarò. Stavolta spero di non svenire in barca, com’è successo sette anni fa dopo la gara”.

 

 

 

 

 

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